Mai stata una bambina nel senso canonico del termine, ho sempre odiato il rosa, non ho mai giocato con delle bambole pur avendole, alle barbie(s) mozzicavo i piedi, infilavo di nascosto torte di fango nel dolceforno della vicina, passavo ore in bicicletta o a giocare a palla, rubavo il passeggino del bambolotto dell’allora compagna di giochi per usarlo come monopattino e lanciarlo giù per la discesa di casa a una velocità da incosciente. Però ho un peluche, uno solo, non-regalo di una cugina parecchio più grande che ne possedeva di bellissimi e teneva questo reietto in un angolo; è bastato un secondo “Voglio quello” indicandolo con il dito “Ma no F. quello è brutto” mai, mai dire una frase del genere a un’impunita (come amava definirmi mia nonna) “Ho detto che voglio quello” scandito meccanicamente con la voce ferma continuando a indicare con il ditino, con un piglio da quattrenne dispotica. Non ci ho mai giocato, non gli ho mai dato un nome, sono quasi trent’anni che sta lì poggiato da una parte, compagno silenzioso e invisbile, ogni tanto mi ricordo, alzo la testa dalla tastiera e lo guardo, è indubbiamente è irrevocabimente brutto in culo

